Michel Legrand

Bisogna pur credere | in qualcosa Leave a comment

Dobbiamo credere che ci sia sempre una nuova primavera

“Un talento musicale….un genio capace di plasmare le immagini attraverso le note delle sue composizioni”

Michel Legrand era questo. O forse anche di più.

La sua musica ha accompagnato decine di film al successo. Talvolta sono state il successo stesso del film.

Forse perché del linguaggio filmico il compositore francese (Parigi, 1932-2019) condivideva, anzi padroneggiava, tempi e scansioni. Con la stessa naturalezza dello scorrere della vita.

Anche per questo era amato dai registi con i quali ha condiviso la sua professione. In lui non vedevano solo l’arrangiatore della colonna musicale, ma qualcuno capace di guidarli, di aiutarli a tradurre in immagine quello che volevano realizzare.

Legrand offriva loro una sorta di red carpet;  un trionfale mezzo per fare scivolare i fotogrammi, quasi fossero accompagnati a ritmo di danza. La sua danza.

In tutti i film dove ritroviamo le sue composizioni, si è sempre trattato di film amati dal pubblico. E quando pari amore non veniva riconosciuto dalla critica, la sua musica ne usciva sempre indenne. Sempre vittoriosa.

Perché puoi criticare il film, ma non potrai andare mai contro il ritmo della Vita.

Benny Cassarà
Articolo di Benny Cassarà
riproduzione riservata

“You must believe in spring”, scritta nel 1967 insieme a Jacques Demy, per il film diretto da quest’Ultimo, e intitolato The young girls of Rochefort, è senza dubbio uno dei suoi temi più celebri; ad oggi viene considerato come uno dei capolavori del jazz moderno. 

Michél Legrand aveva una particolare predilezione per il mondo del Jazz. Amava definirsi un pianista ancora prima che un compositore.

La sua era sicuramente una musica intima, che nasceva dall’osservazione dell’altro. Una sorta di intimo dialogo a due, con una spiccata predilezione per il racconto dell’universo femminile, al cui fascino non sapeva resistere. Quella capacità di interlocuzione è sempre il moto propulsivo della sua vena.

Ma per Legrand l’emozione non era mai un atteggiamento di chiusura solipsistica. Non c’è traccia di narcisismo o di una vuota ricerca edonistica. Le sue note sono come bisbigli che arrivano direttamente al cuore. Sempre.

Anche la malinconia non rischia di diventare introversione. Il suo stesso amore per l’accompagnamento della grande orchestra libera la sua musica da vuoti spazi ed angusti confini.

Le sue sono parole che restano in volo, appena librate per raggiungere mete lontane.

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You must believe in spring diventa uno standard. Uno dei più interpretati. Coverizzati. Stilizzati.

Si contano oltre cento diverse esecuzioni del celebre tema musicale; migliaia se si pensa di includere tutte le versioni usate come testo da studio.

Quella di Bill Evans, in formazione di trio con Eddie Gomez ed Elliot Zigmund rimane, alle orecchie di molti, la più iconica.

Evans era un genio, così come Legrand. Quella esecuzione, contenuta nel suo album n. 17 e pubblicata postuma dopo il 1980 viene considerata l’interpretazione per eccellenza.

Ho ascoltato veramente tantissime volte quell’album e non posso che confermare, da semplice appassionato di musica, che rappresenti uno dei momenti più alti di Evans.

Il film, nonostante il cameo di Gene Kelly e la presenza di entrambe le sorelle Dorlèac, tra cui la più famosa Catherine, che preferirà farsi conoscere al mondo del cinema come Deneuve, fu un successo; ma più in patria che al botteghino dei Paesi stranieri.

La sua colonna sonora, no.

Fu più che un successo. Fu una vera e propria contaminazione di stile, che pervase lo stesso mondo del jazz, a cui Legrand si sentiva tanto vicino.

Ma c’è sempre una piccola variazione di impostazione tra il pianista americano ed il compositore francese, quando eseguiva anche lui il suo brano come solista al piano.

In Legrand la ragione appare sempre tra le note ma, come in una storia d’amore, il cuore alla fine soffoca il cervello e finisce per comandarlo.  Con Evans questo non accade. Ragione e Cuore rimangono continuamente in bilico tra loro. Ma il cuore non riesce a prevalere sulla prima.

Le altre Primavere

La personalità di Evans, il suo carisma avevano comunque tracciato una nuova via nell’esecuzione di You must believe in Spring.

Di lì a seguire, il tono della conversazione – seppure rimasta ancorata al tema dell’amore – aveva perso un pò del suo smalto iniziale: quella gioia quasi adolescenziale, o comunque ancora non contaminata, che Legrand aveva concepito per il film, che rimaneva sempre una commedia romantica.

Il tasto si era fatto più marcato, la nota più grave.

Il canto amoroso trasformato in un’elegia, un pizzico sofferta; come doloroso e più consapevole diventa l’amore quando l’età che avanza lo priva della sua levità giovanile.

Nella versione di George Shearing, del 1987, https://www.discogs.com/it/dexterity/release/8677685  assistiamo ad una esecuzione matura, ma piena. Espressione di chi è sereno nel proprio animo. Sereno delle proprie scelte.

Nel 1990, https://www.amazon.com/Evanessence-Tribute-Evans-FRED-HERSCH/dp/B000007OAF  il pianista americano Fred Hersch la inserisce nel suo album Evanessence, coinvolgendo nella classica formazione del trio un quarto elemento, rappresentato dall’armonica a bocca, suonata dal mitico Toots Thielemans. Esecuzione di indubbia eleganza;  ma resta la subliminale sensazione che i quattro non riescano davvero a fondersi tra loro.

In quella di Eddie Higgins, con il suo trio (2001), https://www.discogs.com/it/Eddie-Higgins-Trio-Bewitched/master/1116468  assistiamo invece ad un ritorno verso l’empatia emotiva che caratterizzava l’impostazione originale pensata da Michel Legrand.

Legrand si guarda allo specchio; Legrand cambia angolazione rimanendo se stesso

Ma ci sono due esecuzioni di You must believe in spring che mi hanno particolarmente affascinato.

Per motivi opposti.

Nella prima, eseguita da Kenichi Shimazu Trio nel 2009, il grande pianista giapponese compie un’evoluzione del tema. Il messaggio è quello di Evans, ma la speranza appartiene a Legrand. Il cuore acquista pari dignità della materia grigia e finalmente parlano con la medesima forza. Cercando di venirne fuori nel migliore dei modi.

Fraseggio a tre davvero notevole e solo l’enorme disinvoltura pianistica di Shimazu  può trarre in inganno l’ascoltatore, ad un ascolto superficiale e poco attento, inducendolo a pensare che ci sia del formalismo espressivo. di stampo accademico.

Là dove, invero, cuore e mente vanno a braccetto.

Nella seconda esecuzione, resa durante un live del 2011 al festival californiano di Mendocino, un trio di giovanissimi, guidato da Julian Waterfall Pollackpianista americano classe ’88, incanta e strega il festival.

Con un puntuale Evan Hughes alla batteria ed uno straordinario Noah Garabedian al contrabbasso, Pollack parte da Legrand, con quell’impalpabile tocco che appartiene al linguaggio dell’eros.

Ricorda benissimo la lezione di Evans.

Ma non solo ha fatto bene i compiti. Vuole scrivere il suo personale commento. E lo fa con una rinnovata scansione del ritmo. Dei tempi.

Quelli di un giovane pianista, all’epoca ventitreenne, che sta scoprendo la sua Primavera. E vuole credere che altre ce ne saranno.

Sarà sempre primavera....

Ognuno di noi cerca la propria primavera….anche solo ricordando come fossero quelle già vissute

(Casey Dilbeck)

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