Audiolab 6000 CDT/ A Play un combo d’Autore Leave a comment

Audiolab 6000CDT/A Play...
Attenti a quei 2!

Audiolab combo

Audiolab. Un nome intrigante, al pari di altri, conosciuto nel vasto mondo dell’hi-fi. La sua stessa composizione fa pensare ad un laboratorio; una fucina dedicata alla progettazione di apparecchiature dedicate alla riproduzione o, comunque, trasmissione dell’audio.

In realtà nel lontano 1983, due giovani studenti, Philip Swift e Derek Scotland, diedero vita a questo marchio, mossi dall’impulso di offrire un suono di buon livello a prezzi accessibili ad una vasta platea.

audiolab 6000 package

Dopo tre lustri di crescita, nel 1998 Audiolab viene ceduta al gruppo Mclaren, in quegli anni intenta a diversificare il brand in varie declinazioni commerciali, tra cui quella del settore hi fi. Nasce così il nuovo marchio che produrrà, in veste rivisitata per i colori, la famosa serie di elettroniche 8000, oltre ad un’ardita, più per le forme che per il suono, collezione di diffusori, alcuni dei quali rimasti allo stato prototipale.

Dal 2005, l’azienda è in mano alla International Audio Group dei fratelli Chang ed il gruppo possiede, oltre diversi marchi inglesi, anche il prestigioso brand Luxman la cui produzione, dopo uno sfortunato tentativo di parziale delocalizzazione in Cina, è tornata integralmente in Giappone.

Un gran esempio di
economia industriale

Tanta acqua sembra essere passata sotto i ponti di Audiolab. Così dopo la serie 8200, presentata oltre dieci anni fa al Munich Hi End e la successiva serie 8300, oggi parliamo di due rappresentanti della collezione immediatamente al di sotto di questa. Contrassegnata con la numerazione 6000.

Per l’occasione abbiamo deciso di mettere alla prova un combo, rappresentato dalla sola meccanica di lettura per i dischi argentei, la 6000 CDT, e l’unità tuttofare 6000 A Play.

Ma, cominciamo dall’aspetto; sobrio come da tradizione consolidata del marchio britannico. Ma con un piccolo, avvertibile, plus rispetto alla costruzione media del range di apparecchi nella fascia tra 700 e 1500 euro.

In questo senso, si ha quasi la sensazione di essere davanti ad un perfetto esempio di costruzione industriale.

Lamierati semplici e linee squadrate, ingentilite da una sensazione di estrema piacevolezza e solidità al tatto, nonostante i pesi non siano quelli dei mostri cui siamo ormai abituati.

Poco più di 5 kg per la meccanica, con sistema “slot in“, e appena sotto gli 8 kg per il tuttofare 6000 A Play.

Audiolab 6000 A Play
Mente e Cuore

audiolab 6000 A play rear

Dando uno sguardo al pannello posteriore dell’unità 6000 A Play, non ci si può non rendere conto dell’estrema versatilità che i progettisti del marchio hanno voluto offrire su questa macchina.

La si può usare nella sua forma completa; ossia quella di un integrato da veri 50 watt per canale che offre la possibilità, oltre agli ingressi linea, anche di un phono MM.

Ma è anche, all’occorrenza, un finale di potenza, oppure un dac, da cui tirare fuori il meglio delle capacità espresse dal chip Sabre 9018K2M, già adoperato nella serie 8200.

Ed, ancora, un versatile streamer per la liquida, da usare connesso direttamente attraverso la porta ethernet, o in bluetooth.

Avrei detto tutto, o forse. Perché dimentico, ma non involontariamente, il suo possibile utilizzo anche come pre, sfruttando la sua uscita.

Connessioni rigorosamente sbilanciate. Su questo scherzo, perché è nota la mia personale prurigine verso le connessioni bilanciate.

The Transporter

audiolab 6000 cdt

Prendendo a prestito il titolo di una celebre saga di action movies inaugurata dal britannico Jason Statham, voglio parlare ora dell’altro componente della coppia in esame. L’unità di trasporto 6000 CDT.

Si tratta di un’elettronica perfettamente coincidente per altezza e ingombri con quella precedente, dove trova spazio l’unità di lettura per i nostri amati cd.

Si tratta di una meccanica con sistema di lettura a “slot in” e non con il classico vassoio in uscita.

Debbo dire che mi ha colpito la sicurezza e la “forza” . Decisa, ma non brusca, di inserimento del red book.

Vaghe sensazioni che, come inebriante nostalgia adolescenziale, mi hanno riportato alla mente quell’oggetto straordinario che si chiamava cd 1331 della Fujitsu Ten. Un sinto lettore per auto che faceva scomparire, quasi per incanto, le altre macchine dell’epoca, come Pioneer e Panasonic, decisamente più grezze e primordiali nella loro parte meccanica.

A quei tempi lo chiamavano semplicemente Car Audio. Ma era puro Car High End.

Portare al limite

cablaggio

Ho da sempre sostenuto che il limite di un apparecchio possa essere bene affrontato spingendo verso l’alto. Associandolo a partner ed accessori di ben altra categoria.

Tali da evidenziarne magagne o difetti, quando siano non sospettabili. Così, ho abbinato alle due unità in prova due cavi di alimentazione ben lontani da quelli offerti di serie nella confezione.

In particolare, per l’unità di trasporto, si è usato un cavo artigianale prodotto in Giappone, del costo in ragione di singolo metro pari al prezzo di listino del 6000 CDT.

Meno costoso, ma parimenti non economico, per quello dato in pasto al 6000 A Play.

signal cables

Sul versante dei cavi di connessione, invece, tra la meccanica e l’ingresso dac, così come per la connessione adoperata tra l’unità 6000 A Play ed il finale di potenza – un P266 Accuphase – la scelta è ricaduta sui cavi della Deep Audio.

Cavi soltanto assemblati in fase finale in Italia, ma costruiti negli Stati Uniti.

Avremmo potuto farla ancora più sporca, mettendo un Nordost Odin o, ancora meglio di questo per naturalezza ed equilibrio,  un Per Oliasson.

Ma, a quel punto, anche l’estremo sarebbe stato troppo spinto.

L'ascolto, un rito che si rinnova ogni volta

Per la scelta dei diffusori, il turno è ricaduto su quello che considero uno dei best buy della fascia entro i 1000 euro.

QAcoustics 3050i, diffusore compatto da pavimento. Tweeter in seta e doppio woofer da 16,5 in fibra aramidica con configurazione D’Appolito. Un costo di listino appena sopra le 900 euro; finiture sopra la media ed un equilibrio musicale rimarchevole.

Uno dei miei diffusori preferiti in questa fascia, dove inserisco anche le Pylon Audio (modello Opal) scoperte da Angelo Jasparro e le canadesi Paradigm (Monitor SE 6000F)

L’ascolto è iniziato con “Cry me a River“, evitando volutamente la versione della Krall e rifugiandomi nella cover di Alison Moyet nel suo album “Voices“. La voce della Moyet riempie l’ambiente con un ottimo equilibrio delle note più gravi, che mettono in evidenza la sua grande capacità di scendere anche in basso.

Continuo con David Linx, artista franco belga dotato di una voce stupenda; quasi una variante di quella di Kurt Elling. Insieme, oggi rappresentano, a mio parere, due tra i migliori esempi di voce maschile nel jazz moderno.

L'importanza del ...tempo

combo audiolab 6000

Nella mia vita da utente di hi fi, iniziata con il primo acquisto a 13 anni di un radioregistratore, mi ritengo privilegiato nell’avere posseduto diverse decine di coppie di diffusori delle più svariate marche, ma debbo ammettere che soltanto nel 2008, grazie ad un brand, ho acquisito personalmente la consapevolezza del “timing“.

Ossia del senso del tempo, della sua naturale cadenza che scorre all’interno di un brano. E’ il ritmo stesso della Vita, che ti accompagna anche nelle tue faccende quotidiane. E quando lo incontri nella riproduzione musicale, il suono stesso sparisce dalla Tua attenzione. Perché si confonde tra gli altri gesti naturali.

Così, dopo diversi altri brani, sono andato alla mia prova personale del tempo e del suo rispetto, adoperando un album dei Triosence, formazione europea, con l’album “Sad Chilean“.

Beh, che dire, seppure riconoscendo i partner di alto livello adoperati come accessori, non si può non evidenziare che questo combo Audiolab ha stoffa. E da vendere. Sulla traccia n. 3, da cui prende il titolo l’album, il duo inglese restituisce una trama musicale completa ed equilibrata. Con una buona scena tridimensionale, specie riguardo la profondità.

Il Gran Coda Fazioli viene riprodotto con gran parte della palette di colori e nuances che questo eccezionale strumento è in grado di offrire.

Sulla traccia 4, Hit by life, l’incipit del pianista che martella sul tasto è ricco e ad un tempo imperioso nel suo scendere in basso, aprendo il palcoscenico a batteria e contrabbasso che si fondono puntualmente.

Ma è sulla successiva traccia 7, Some things never change, e 9 Juquei, che si apre uno scenario da brivido.

O ..delirio delle sinapsi, espressione tanto cara all’amico Mario Visentin.

Il pizzicato del contrabbasso, l’ingresso del pianoforte accompagnato dalla batteria, nella prima delle due tracce menzionate..

L’estrema delicatezza dei piatti, allo stesso tempo materici e verosimili, le bacchette sulle pelli tese, nella seconda, che richiamano alla mente i ritmi di Tribute del celebre Trio di Jarrett.

Il fraseggio del pianoforte. L’aria intorno agli strumenti, per un attimo, fa smarrire la via all’ascoltatore, che sente improvvisi i suoni sul corpo. Attraversato da essi.

Pelle d’oca. Punto

Conclusioni

Non ho alcuna pretesa che il lettore sia arrivato fin qui passando dallo Start.

Se la domanda si risolve in ” Come vanno questi Audiolab, ne vale la pena?”, allora fatico a trovare una risposta diversa da quella che, alla cifra di listino  di appena 1.600,00 circa, questo combo travolga ogni certezza sul fatto che occorra spendere di più per godersi la propria musica.

Ho detto godersi. E non accontentarsi.

La possibilità di avere una meccanica precisa e super silenziosa, ancora di più tenendo a mente il suo costo.

Ed ancora, quella di avere un amplificatore integrato che può essere facilmente sezionato nei suoi utilizzi come pre, finale, dac, streamer in rete o wi fi, rendono improbabile stare ancora lì a tentennare.

E con la garanzia di una affidabilità media che, rispetto a tantissimi brand di mid hi-fi, ha dell’incredibile.

Some things never change“. Come in questo caso. Chapeau.

8,5/10

Audiolab è distribuito in Italia da Tecnofuturo

Benny Cassarà

Benny Cassarà

(Riproduzione riservata)

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